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| In tutto l'Oriente il rispetto verso il luogo in cui si pratica la Via e la ritualità che ne consegue sono funzionali all'istaurarsi del giusto atteggiamento, requisito fondamentale per una pratica corretta e fruttuosa. Il luogo in cui si pratica è senza ornamenti per facilitare la concentrazione scarno e povero, per indurre nell'allievo un atteggiamento umile, non riscaldato d'inverno e non refrigerato d'estate, per aiutare a coltivare un atteggiamento severo e non consentire in alcun modo fughe dalla realtà esterna: il DOJO infatti non è situato fuori dal mondo ma ne è una fedele simulazione. L'allievo è tenuto a mantenere questo luogo costantemente pulito e in ordine e perfino a salutarlo quando ne varca la soglia. Tutto ciò prelude ad una successiva interiorizzazione grazie alla quale il praticante trasformerà il rispetto verso il luogo in rispetto verso se stesso e l'abitudine a tenerlo in ordine in un atteggiamento mentale ordinato.
La ritualità tipica di alcune discipline rivela l'importanza di certi gesti e certe abitudini che il DOJO stesso impone. Ad esempio, la porticina che conduce nella sala dove si pratica la cerimonia del tè è volutamente bassa, per costringere secondo la tradizione anche il più superbo e irrispettoso dei samurai ad inchinarsi umilmente entrando. Su questi sottili registri si gioca tutta la sorte del praticante. Il mancato riconoscimento di queste prerogative al luogo in cui si pratica, porta inevitabilmente al di fuori della pratica stessa. L'atteggiamento opposto, invece, consente di intravedere la Via. La sublime beffa è che in fondo il DOJO è un luogo come un altro. Ma c'è una profonda differenza tra crederlo all'inizio o scoprirlo dopo anni di pratica.
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